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Buenos Aires,
   

 

Soldato malato di linfoma di Hodgkin, nuovo caso in Sardegna

 

Paolo Floris

Italianos en América // Buenos Aires 23-10-2007

Paolo Floris, 29 anni, di Guspini, è il primo caso di militare italiano che si è scoperto malato di linfoma di Hodgkin pur non avendo mai partecipato a nessuna missione all'estero. Non è mai stato né in Bosnia, né in Africa, Iraq o Afghanistan. «Ho soltanto svolto il servizio di leva nel poligono di Teulada». E adesso è intenzionato a chiedere il riconoscimento della sua malattia come causa di servizio: «Nella base gli americani sparavano di tutto e noi dovevamo spegnere gli incendi causati dai bombardamenti».
Da militare di leva nel 1998 nessuna missione all'Estero. Né in Somalia, né nei Balcani. «Dopo l'addestramento a Macomer, dieci mesi a Teulada». Soldato semplice distaccato al magazzino del reggimento corazzato, vita da caserma nel poligono dell'Esercito. Adesso Paolo Floris, 29 anni, operaio edile di Guspini, è malato di un tumore al sistema emo-linfatico e gli capita spesso - tra una seduta di chemioterapia e l'altra - di ripensare alla naia. Alle truppe in arrivo «da Usa, Cina, Australia, da tutto il mondo per provare armi e strategia di guerra». Ai proiettili che gli è capitato «anche di toccare con le mani, ce n'erano tantissimi disseminati nel poligono». Agli incendi «sprigionati dai bombardamenti che spesso eravamo chiamati a spegnere». 

IL DUBBIO. Il suo dubbio è atroce: «È stato qualcosa con cui sono venuto in contatto in quel periodo a Teulada a farmi ammalare?». La risposta a questa domanda che per lui vale la vita la inoltrerà a medici e tribunali. «Chiederò il riconoscimento della malattia come causa di servizio». Non ne fa una questione di soldi: «Piuttosto vorrei sapere, capire. Vorrei dallo Stato risposte certe. Vorrei che si indagasse sulle condizioni di salute di tutti i militari che sono passati a Teulada. Quanti stanno male? Quanti hanno avuto problemi come il mio?». 

LA MALATTIA. Il problema di Paolo Floris si chiama linfoma di Hodgking. Un tumore che si scatena a livello dei linfonodi. La sua battaglia contro la malattia è cominciata un anno fa. «Dopo il servizio militare - racconta dalla casa di Guspini nel quartiere di Is Boinargius dove vive insieme al padre Tullio, ex impiegato dell'Enel e alla madre - ho ripreso a lavorare nella ditta FF Serci. Mansione: operaio edile in un'azienda che si occupa di sistemazione strade». Lavoro duro, per questo Paolo Floris ha trascurato «quel mal di schiena, quella stanchezza che pensavo fossero superlavoro e che poi si è rivelato ben altro. Ho iniziato a perdere peso, dieci chili in tre mesi, mia madre mi ha fatto notare che prima indossavo pantaloni e giacche taglia 50, poi sono sceso alla 46. E poi quella febbriciattola, 37-37 e mezzo ogni giorno, non andava mai via. Sono andato in ospedale, mi hanno diagnosticato il tumore». 

LA CHEMIO. La famiglia ha aiutato molto Paolo Floris. «Tutti i giorni mio padre mi ha accompagnato all'ospedale Oncologico a Cagliari per la chemioterapia. Sei cicli, da ottobre del 2006 sino allo scorso aprile. L'esame “Pet” di controllo aveva dato un responso negativo: guarito. Due mesi di pausa, poi - mentre aiutavo mio fratello in alcuni lavoretti - ho visto una ghiandola gonfia nel petto: nuova biopsia, stessa diagnosi, sono ripartito con la chemioterapia, adesso sono al secondo ciclo. I medici mi hanno detto che non esistono possibilità di guarigione assoluta. Ma io non mi arrendo». 

NESSUNA MISSIONE. Il caso di Paolo Floris è diverso da quelli di Marco Diana di Villamassargia (in missione in Somalia), di Valery Melis (Quartu) e Fabio Porru (Assemini) impegnati nei Balcani. È probabilmente il primo esempio di soldato italiano malato dopo essere rimasto per tutto il periodo da militare a Teulada. Nel poligono sardo hanno mai sparato proiettili all'uranio impoverito? Se lo chiede, oltre al diretto interessato, anche Francesco Palese, curatore del sito vittimeuranio.com, che ieri ha denunciato alle agenzie di stampa il caso di Paolo Floris. 

LA TESTIMONIANZA. Lui, l'ex soldato di Guspini, non ha spiegazioni pronta cassa: «Non so se sono mai venuto a contatto con l'uranio impoverito a Teulada. So solo che gli americani sparavano e bombardavano, che provavano le tecniche di guerra prima di impiegarle nei Balcani o in Iraq e in Somalia». E in quei casi certe armi gli americani le hanno usate davvero, come provano gli studi sui residui ritrovati in Kossovo e come indicano le procedure di sicurezza imposte ai contingenti militari statunitensi inviati in Somalia per evitare esposizioni a sostanze radioattive, adottate dalle altre truppe, comprese quelle italiane, con anni di ritardo. 

LA GUERRA. Ma probabilmente è sbagliato mettere sul banco degli imputati soltanto l'uranio impoverito. La dottoressa Maria Antonietta Gatti, docente nell'Università di Modena ed esperta scelta come consulente nella commissione parlamentare d'inchiesta del Ministero della Difesa, sostiene che l'uranio impoverito è il mandante, non il killer primario: sarebbero le nano-particelle provocate dalle esplosioni a entrare nei tessuti organici e a creare i tumori. Se questa teoria fosse confermata, allora sarebbe spiegata l'alta insorgenza dei tumori denunciata dai pacifisti del comitato “Gettiamo le basi” a Quirra e a Teulada. Linfomi di Hodgking come quello di Paolo Floris, semplice militare di leva a Teulada nel 1998 a 170 mila lire al mese. 

Paolo Carta / L'unione sarda



 

 

 
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